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Versioni di greco: Erodoto ultimo libro

Versioni di greco: Erodoto ultimo libro

Iniziamo ad esporre le traduzioni delle versioni di greco del settimo libro de Le storie di Erodoto. Il settimo libro è intitolato a Polimnia, figura che presiede l'orchestica, la pantomima, la danza associate al canto sacro e eroico. Le versioni di greco sono spesso complicate e di difficile approccio e creano non pochi problemi agli studenti. Ricordatevi ragazzi, che la versione di greco, pur essendo priva scritta alla maturità, non è detto che non capiti anche alla prova orale, soprattutto se avete commesso degli errori. Il prof può serenamente farvi domande sulle traduzioni della versione di greco. Quindi, cercate di non tralasciare i particolari e rileggete bene le versioni di greco fatte durante l'anno scolastico. Chiudiamo con Erodoto in questa news, con i paragrafi più interessanti del settimo libro.

Versione di greco
Le storie di Erodoto
Libro VII par 101-104
101. Passate in rassegna anche le navi, e sceso di nuovo a terra, Serse cercò di Demarato figlio di Aristone, che lo seguiva nella spedizione contro la Grecia, lo chiamò e gli disse: «Demarato, ora mi è gradito chiederti quanto desidero sapere; tu sei greco, e, come apprendo da te e dagli altri Greci venuti a parlare con me, di una città che non è né la più piccola né la meno forte. Pertanto spiegami un po' questo: i Greci opporranno resistenza levandosi in armi contro di me? In effetti, a mio parere, neppure se tutti i Greci e tutti i rimanenti abitanti dell'occidente si coalizzassero, sarebbero in grado di resistere al mio attacco, a meno che non agissero con autentica coesione. Voglio dunque sentire la tua opinione, qualunque sia, su di loro». Serse gli pose questa domanda e Demarato a sua volta gli chiese: «Devo rispondere sinceramente o in modo da farti piacere?». Serse gli ordinò di dire la verità, rassicurandolo che non avrebbe minimamente perso, per questo, il suo favore.
102. mendace, sappi che ai Greci è sempre compagna la povertà, ma a essa si aggiunge la virtù, resa più salda dall'ingegno e da una legge severa; grazie alla sua virtù la Grecia si difende dalla povertà e dall'asservimento. La mia lode va dunque a tutti i Greci che abitano laggiù, nelle regioni doriche, però ora non mi riferirò a tutti loro, ma solo agli Spartani; primo: è impossibile che accettino mai i tuoi discorsi, che comportano schiavitù della Grecia; secondo: ti affronteranno in battaglia anche se tutti gli altri Greci passeranno dalla tua parte. Il loro numero? Non chiedere quanti siano per osare agire così; che siano mille sul campo di battaglia, o di più o di meno, altrettanti combatteranno contro di te».
103. Al che Serse scoppiò a ridere ed esclamò: «Demarato, cosa blateri! Si batteranno in mille contro un esercito così grande? Spiegami un po': dichiari di essere stato loro re; quindi tu saresti disposto ad affrontare subito dieci uomini? Anzi, se la vostra comunità è tale quale la descrivi, a te che sei il loro re, spetta di battersi contro un numero doppio di uomini, conforme alle vostre leggi. E sì, se ciascuno di loro vale dieci soldati del mio esercito, allora tu, deduco, ne vali venti; così sì mi tornerebbe il discorso che mi hai fatto. Però se voi, tali e di tanta stazza quanto tu e i Greci che frequentano la mia corte, se voi vi vantate così, bada che le tue parole non risultino una inutile spacconata. Ma ragioniamo un po' secondo logica: mille, diecimila o cinquantamila uomini, tutti liberi e uguali, senza avere un unico capo, come riuscirebbero a opporsi a un esercito sterminato come il mio? Perché noi siamo più di mille per ciascuno di loro, se loro sono cinquemila. Se obbedissero a un'unica persona, alla nostra maniera, potrebbero avere paura di lui e diventare migliori di quanto siano per loro propria natura, e avanzare, costretti dalla frusta, anche essendo meno del nemico. Ma, lasciati liberi, non farebbero nulla di questo. Io, per me, credo che difficilmente i Greci, anche se fossero in numero a noi pari, potrebbero battersi contro i soli Persiani; ma poi, via, solo fra di noi c'è un po' di quello che tu dici, un po', non molto. Sì, fra i miei lancieri persiani ne esistono di disposti a battersi contro tre Greci assieme; tu non ne hai mai fatto la prova e parli a vanvera».
104. Al che Demarato replicò: «Sovrano, già lo sapevo che dicendo la verità non ti avrei dato una risposta gradita; ma poiché mi hai costretto a parlare con la massima sincerità, ti ho detto come stanno le cose per gli Spartiati. Eppure sai bene quale affetto mi leghi a essi, che mi hanno privato dell'onore e delle dignità di mio padre e mi hanno reso un esule, un senza patria; e sai che fu tuo padre ad accogliermi, a darmi i mezzi per vivere e una casa. Non è plausibile che un uomo assennato respinga la benevolenza che gli mostrano, è naturale anzi il contrario, che l'accetti di buon cuore. Io non ti garantisco di essere in grado di affrontare né dieci uomini né due; dipendesse da me, non mi batterei nemmeno contro uno solo. Ma se vi fossi costretto o mi spingesse un grande cimento, fra tutti preferirei senz'altro combattere contro uno di questi uomini che pensano di valere ciascuno tre Greci. Così sono gli Spartani: individualmente non sono inferiori a nessuno, presi assieme sono i più forti di tutti. Sono liberi, sì, ma non completamente: hanno un padrone, la legge, che temono assai più di quanto i tuoi uomini temano te; e obbediscono ai suoi ordini, e gli ordini sono sempre gli stessi: non fuggire dal campo di battaglia, neppure di fronte a un numero soverchiante di nemici; restare al proprio posto e vincere, oppure morire. Se ti pare che queste mie siano tutte chiacchiere, d'ora in poi voglio tacere. Adesso ho parlato perché mi ci hai costretto. Comunque, sovrano, tutto accada secondo i tuoi desideri»

MERCOLEDÌ 11 GIUGNO 2008 - ora: 14.56

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